Lizzie si sentì avvampare sotto lo sguardo di decine di sconosciuti, uomini in giacca e cravatta e donne in costosi abiti da sera, tutti raccolti nel salone sotto di lei. Per fortuna, il trucco abilmente applicato dalle capaci mani di Megan non solo mascherava a tutti il suo rossore, anzi, metteva in risalto la sua carnagione rosea, in contrasto con il nero intenso del vestito.
Avevano impiegato quasi due ore a sistemarlo. Fosse stato per lei, sarebbe riuscita a renderlo uno straccio inutilizzabile, ma per fortuna Megan aveva seguito i corsi pomeridiani di taglio e cucito del liceo, qualche anno prima, ed era diventata bravina, anche perché sua sorella era appassionata di cosplay e le chiedeva sempre una mano quando si trattava di preparare un abito per le sue convention da nerd.
«Non posso fare miracoli, con queste forbicine...» aveva commentato l’amica, rimirando la sua opera, «ma ti assicuro che, anche con qualche orlo mal cucito, con questo completino addosso farai figura.»
E aveva avuto ragione, perché tutti la stavano fissando, neanche le fossero spuntate le ali. Era un po’ come salire sul palco per il diploma, con l’attenzione di tutti puntata addosso. Con la differenza che quelli non erano i genitori dei suoi compagni di classe, bensì dei volgari malviventi. E il peggiore di tutti era lì, in fondo alle scale, circondato da gente della sua risma, che la fissava con gli occhi brucianti di rabbia.
Ben ti sta, fratellino!, ridacchiò Lizzie dentro di sé, anche se una parte di lei temeva le ritorsioni che ovviamente sarebbero seguite. L’espressione di Michael prometteva una vendetta tremenda. A mente fredda, la ragazza cominciò a pensare che quello scherzo non fosse stata una buona idea.
Eppure, il fratellastro non proferì verbo. Salì i gradini fino a lei uno a uno, con una compostezza degna di un imperatore che ascende al suo trono. Solo gli occhi tradivano l’ira che covava dentro. Rivolse una rapida occhiata a Brian, che se ne stava sul pianerottolo pochi passi più indietro rispetto a Lizzie, dopo averla scortata fin lì dalla Stanza Blu. Il suo braccio destro si limitò a scrollare impercettibilmente le spalle, come a dire: che potevo farci, ormai?
Michael serrò la mascella e, nel silenzio, Lizzie sentì i denti scricchiolare. Eppure, quando le si affiancò e si rivolse alla folla, adesso in religioso silenzio, il suo volto era impassibile.
«Fratelli miei…» annunciò solenne. «La mia fidanzata!»
Poi, senza rivolgerle la parola, le porse il braccio.
Se ti azzardi a fare solo un altro capriccio!, la ammoniva il suo sguardo, sarà molto peggio per te.
Lizzie non dubitava che, se si fosse rifiutata di obbedirgli, non avrebbe esitato a punirla davanti a tutti gli altri membri della Famiglia. Così non ebbe altra scelta che prenderlo a braccetto e scendere con lui la scalinata, le scarpe che frusciavano sul tappeto rosso steso per l’occasione, fino a trovarsi in mezzo a quel tripudio di seta e gioielli che le ondeggiava intorno e si apriva per farli passare.
Il suo arrivo fu come un segnale: gli invitati posarono nei vassoi dei camerieri i calici per l’aperitivo e si accostarono ai tavoli su cui era stata allestita una marea di prelibatezze, degne del più costoso e rinomato ristorante di Chicago. Anche Lizzie si sentì venire l’acquolina in bocca, dato che sia lei che Megan avevano sbocconcellato poco a colazione e a pranzo, lo stomaco chiuso per la preoccupazione e la stizza.
Ma quanto avrà speso il mio fratellastro per tutte queste leccornie?, si domandò. E per potermi mettere in mostra davanti ai suoi compari?
Non osò domandarlo. Da parte sua, Michael non le rivolse mai la parola, impegnato a scambiare sorrisi e strette di mano con chiunque si avvicinasse, e invece di dirigersi verso i tavoli imbanditi la trascinò via, in disparte. Uscirono dal salone e si avviarono lungo il corridoio, fiancheggiato da porte di legno pregiato e quadri d’autore, con lui che continuava a sospingerla avanti.
«Dove stiamo andando?» domandò Lizzie.
Michael si limitò a stringerle il polso e tirarla con più decisione.
«Ahi, così mi fai male!»
Lui la ignorò e la trascinò senza tante cerimonie in una stanza: uno studio, a giudicare dalla scrivania di mogano, cosparsa di carte e dalla grande libreria che accoglieva decine libri dalle copertine dal sapore antico. Solo quando furono dentro, Michael la spinse lontano da sé con uno strattone.
«Che cazzo ti è venuto in mente?» la apostrofò rabbioso.
Lizzie andò a poggiarsi con la schiena al bordo della scrivania, massaggiandosi il polso dolorante. Sulla pelle, l’impronta rossa delle dita di lui. Con la coda dell’occhio, vide Brian entrare silenziosamente a sua volta e richiudersi la porta alle spalle, in modo che nessuno potesse disturbarli.
«A che ti riferisci?»
«Piantala di prendermi per il culo! Lo sai benissimo!»
Lizzie si sforzò di mantenere la calma di fronte alla sua furia. «Ah, parli del vestito che mi hai mandato?» Passò una mano sul fianco, a lisciare la sua stoffa. «Non ti piace come l’abbiamo rimodernato?»
«Trasformato in uno straccio da troietta, vuoi dire!» proruppe Michael con un ringhio. «L’avevo scelto apposta per l’occasione, mi è costato un patrimonio, tutto per presentarti come una donna perbene agli altri membri della Famiglia. E tu invece ti sei messa in mostra come una volgare sgualdrina.»
«Donna perbene?» s’inalberò lei. «Non farmi ridere! Siete un gruppo di assassini e delinquenti, e parli a me di come si comporta una donna perbene?»
Michael avanzò verso di lei con fare minaccioso. «Bada! Ho arginato il disastro che hai rischiato di creare con la tua trovata, almeno spero, ma non oserai più mettermi in ridicolo così davanti ai miei pari.»
«E allora tu smetti di trattarmi come se fossi una tua dannata proprietà.»
«È esattamente quello che sei, ed è il momento che tu lo capisca, una volta per tutte.» Michael prese un respiro e tutta la sua rabbia sembrò placarsi, come un fuoco su cui viene gettata la terra, eppure sotto continua ad ardere. La sua calma gelida spaventò ancora di più Lizzie.
«Come ti avevo promesso…» riprese lui, «saranno le persone a cui tieni a pagare le conseguenze delle tue azioni.»
La ragazza sbiancò. «Se intendi far del male ai miei genitori, a tua madre...»
«Perché scomodarsi ad arrivare in città per raggiungere Rose?» Michael scosse la testa, beffardo. «Quando ho la tua migliore amica nelle mie mani?»
Lizzie dovette sorreggersi alla scrivania, le gambe improvvisamente di gelatina.
«Non avrai intenzione di toccare Megan?!?»
«Toccare è un eufemismo. Ricordi cosa ti ho detto, nella metro di Montreal?»
Lo ricordava benissimo, e non voleva credere alle proprie orecchie.
«Vuoi ucciderla?» domandò in un soffio.
«Non sono un uomo che minaccia invano» fece notare Michael. «Una stronzata tua, una vita in cambio. Mi sembra un prezzo equo.»
«Una vita umana non ha prezzo!» replicò Lizzie con voce strozzata. «Se lo fai, non ti perdonerò mai, lo giuro.»
«Se non lo faccio, non imparerai mai qual è il tuo posto.»
«Ti prego! È stata tutta colpa mia, Megan non c’entra, era una mia idea.»
Michael sollevò la mano, facendole cenno di tacere. «È vero, è colpa tua se la tua amica morirà. Senza contare che, a prescindere di chi sia stata l’idea iniziale di rovinare il mio vestito, lei è stata tua complice e si è ribellata a me. E deve pagare per questo.»
Si voltò verso Brian, che aveva assistito in religioso silenzio a tutta la conversazione, a braccia conserte.
«Occupati della ragazza!» ordinò perentorio, ma senza una traccia di pietà o incertezza.
Lizzie era sconvolta. Come poteva quell’uomo apparire così calmo e tranquillo, quando aveva appena decretato la morte di un’altra persona? Non aveva un cuore? Un’anima? Dunque, nemmeno lei poteva essere una persona buona, perché una persona buona non avrebbe anelato il piacere che erano in grado di procurarle le mani di un assassino. Doveva inventarsi qualcosa, qualunque cosa… ma non poteva assolutamente lasciare che il fratellastro uccidesse la sua migliore amica.
A qualunque costo.
Si stava ancora lambiccando il cervello per trovare una soluzione, pronta a promettergli qualsiasi cosa, pur di fargli cambiare idea, quando Brian rispose.
«No!»
Sia lei che Michael si voltarono all’unisono.
Fu lui a parlare per primo. «Come hai detto, scusa?»
Brian incrociò impassibile il suo sguardo sorpreso. «Ho detto che non lo farò. Non ucciderò la ragazza, ma ammazzerò chiunque tenti di torcerle un capello. Te compreso.»
Lizzie non aveva mai visto Michael colto così alla sprovvista. «Osi dunque disobbedire a un mio ordine diretto? Perché?»
«Perché la voglio» dichiarò il suo secondo senza tanti giri di parole.
Passò un attimo di silenzio allibito, poi di colpo Michael scoppiò in una fragorosa risata. «Non dirmi che quella femmina ti ha fatto perdere il tuo proverbiale sangue freddo? La conosci da quanto? Due giorni?»
«A te è bastata una sola occhiata per decidere che Lizzie era tua» gli ricordò Brian, impassibile.
Michael sogghignò. «Cristo, il Boia si starà rivoltando nella tomba in questo momento. I suoi migliori discepoli, messi in scacco da due ragazzine.» Con un’altra risata sulle labbra, si avvicinò al suo secondo e gli posò una mano sulla spalla. «La vuoi davvero?»
«Sì» fu l’unico monosillabo che pronunciò Brian, per poi aggiungere: «Me lo devi.»
Michael si prese qualche istante per riflettere, e Lizzie ebbe l’impressione che ci fosse qualcosa di non detto tra i due uomini, qualcosa che solo loro conoscevano, poi il boss annuì. «Allora è tua, prenditela. Ma bada che non mi crei altri problemi.»
«Ci penserò io, non dubitare…» rispose Brian, curvando le labbra in un ghigno soddisfatto.
Lizzie aveva sentito abbastanza. Avrebbe dovuto rallegrarsi di sapere Megan sana e salva, ma non in quel modo, perché sapeva che l’amica non si sarebbe mai sottomessa.
E se Brian alla fine si fosse stancato di lei?
L’avrebbe uccisa, per levarsi il problema di torno.
«Siete due bastardi!» sibilò, furiosa. «Come potete giocare in questo modo con la vita delle persone? Né io né Megan siamo dei giocattoli che potete dividervi a piacimento.»
«Vai adesso, Brian, credo che tu abbia altro da fare» disse Michael, interrompendo la sua sfuriata, poi si rivolse verso di lei, abbassando la voce in un sibilo cupo. «Come il sottoscritto.»
Non appena Brian li lasciò soli, il fratellastro le si avvicinò. Lei provò a indietreggiare, ma il bordo della scrivania le si conficcò dolorosamente nella schiena, bloccandola.
«Tu sei il mio giocattolo, Lizzie. Se ti chiederò di saltare, salterai. Se ti chiederò di inginocchiarti e farmi un pompino, lo farai, anche davanti a tutti, se lo riterrò opportuno, e se ti chiederò di aprire le gambe per me le aprirai. Sono il tuo padrone e tu mi devi obbedienza. Questo è il mio ultimo avvertimento: la prossima volta che farai di testa tua, sarà tuo padre a morire, lo giuro.»
Le lasciò il tempo di metabolizzare ogni singola, tremenda parola, poi si allontanò e andò verso la porta.
«Adesso torniamo nel salone, dove per tutta la serata sorriderai, da brava fidanzatina perfetta e felice, e farai tutto ciò che ti chiederò. Altrimenti, domani avrai un funerale a cui presenziare.»
Senza aggiungere altro, le tenne la porta aperta, in attesa.
Lizzie chinò il capo.
Lo odio!, pensò, ricacciando le lacrime e seguendolo docilmente lungo il corridoio.
Ma no, non poteva piangere, non davanti a quella gente.
Una volta nel salone, Michael la accompagnò verso i tavoli e la fece accomodare su una poltroncina di velluto, poi le ordinò di rimanere lì, mentre lui avrebbe pensato a portare cibo e bevande e poi sbrigato le varie conversazioni di affari. Lizzie era lieta di avere un posto dove sedersi, perché dubitava che le gambe l’avrebbero sorretta ancora per molto.
«E ricorda…» le sibilò Michael, prima di allontanarsi. «Fidanzatina perfetta e felice.»
La ragazza chinò la testa e lo maledisse dentro di sé, fissando con astio quei piatti che, fino a poco prima, le erano sembrati così appetitosi. Le si era chiuso di nuovo lo stomaco e dubitava di riuscire a mettere in bocca qualcosa senza vomitare. Senza contare che chiunque passasse nelle vicinanze non mancava di lanciarle occhiate ben poco furtive, senza far segreto della propria curiosità nei confronti della novella fidanzata del boss. Nessuno, però, osò avvicinarsi più di qualche passo, né le rivolse la minima parola.
Cos’ho, la rogna?, si domandò Lizzie, da una parte infastidita da quel comportamento, neanche fosse la portatrice della peggior pestilenza del secolo, e dall’altra sollevata del fatto di non dover sostenere alcuna conversazione con quegli sconosciuti. Se le avessero fatto domande su lei e Michael, cosa avrebbe risposto? Quanto intendeva lasciar trapelare di loro e della loro parentela il fratellastro? E quanto intendeva lasciar trapelare lei, a quei delinquenti con cui non aveva alcun interesse di mischiarsi?
Alla fine, si costrinse ad assaggiare un po’ dei gamberetti e degli stuzzichini che Michael le aveva sbattuto davanti, prima di scomparire di nuovo a parlare di chissà quale delitto e assassinio. Masticò meccanicamente, senza avvertire alcun sapore.
Come starà Megan? Brian sarà già da lei? Cosa le starà facendo?
Non lo sapeva e quell’incertezza la macerava, insieme al pensiero di essere del tutto impotente. Non poteva aiutare l’amica. Non poteva aiutare neppure se stessa.
«E così tu saresti il nuovo trastullo di Michael...»
Lizzie alzò lo sguardo. Davanti a lei, squadrandola dall’alto dei suoi tacchi a spillo, c’era una donna dai capelli biondo platino, con un vestitino così leggero e attillato che le aderiva addosso come una seconda pelle.
Michael ha da ridire sulla mia gonna tagliata, e permette a questa qui di andare in giro per la sua casa praticamente nuda?, non poté far a meno di domandarsi Lizzie con stizza.
«E tu chi saresti, invece?» chiese di rimando.
La donna non accennò a volersi sedere. Rimase a fissarla in piedi, come se volesse ribadire la propria superiorità.
«La sua vecchia fiamma» rispose con noncuranza, passandosi un’unghia smaltata sulle labbra, accese dal rossetto e fin troppo gonfie per essere del tutto naturali. «Vecchia per modo di dire, visto che ho succhiato il suo cazzo fino a pochi giorni fa.»
Lizzie sussultò. «E-eri la sua amante?» non poté fare a meno di pronunciare, e si odiò per aver balbettato. E soprattutto per aver provato un misto di delusione e gelosia, al pensiero che Michael avesse un’altra. Cioè, non le era mai passato per la testa che fosse vergine, ma da qui a trovarsi faccia a faccia con la donna che aveva frequentato il suo letto prima di lei c’era una bella differenza.
«Non so se possiamo usare il passato, sai...» commentò l’altra, concedendosi un sorriso divertito. «È ancora presto per dirlo, no, ragazza mia? A proposito, come devo chiamarti?»
Lizzie non vide ragione di mentire, e poi quella donna le stava mandando il sangue alla testa. «Elizabeth.»
«Bene, Elizabeth, io sono Charity. Ricorda bene il mio nome, magari potresti sentirlo spesso... per esempio quando Michael raggiunge l’orgasmo. Lo grida sempre, sai, mentre lo stringo in bocca e...»
«Lo terrò a mente» replicò lei gelida.
«Molto bene.» Charity si chinò e le diede un buffetto affettuoso sul ginocchio, strizzandole l’occhio con complicità, come se fossero vecchie amiche. «Adesso meglio che vada, prima che torni Michael. In teoria io e te non dovremmo star qui a chiacchierare amabilmente.»
Amabilmente? Mi piacerebbe infilarti un coltello in gola, e nonostante i tuoi sorrisetti sono sicura che il sentimento sia reciproco...
«Perché?» domandò Lizzie, facendo un cenno della mano verso gli altri ospiti che continuavano a ignorarla. «E perché tutti mi trattano come se fossi invisibile?»
«Non è bene parlare con chi non è ancora membro della Famiglia» rispose Charity, raddrizzandosi. «Avrei dovuto aspettare dopo il rito, ma ero troppo curiosa di conoscere la fidanzata di mio cugino.»
«Cugino?»
«Cugino di secondo grado, per l’esattezza» precisò la donna.
Lizzie non poté reprimere uno sbuffo. «Allora ha proprio una passione per le parenti…» borbottò tra i denti.
Charity la sentì e subito la sua espressione si fece attenta. «Che vuoi dire?» indagò.
Lizzie si pentì subito di averne fatto parola. Mentre pensava a una scusa da rifilare alla donna, lei puntò lo sguardo su qualcosa oltre la sua spalla.
«Ci vediamo dopo la cerimonia» tagliò corto, poi si allontanò, dileguandosi in mezzo agli altri ospiti.
Un attimo dopo, Lizzie sentì la mano calda e decisa di Michael sulla spalla.
«È ora!» annunciò, criptico.
La ragazza avvertì un brivido lungo la schiena. Perché nessuno le diceva esattamente quello che stava succedendo? «L’ora per cosa?»
Michael non si curò di rispondere, invece le tese la mano. «Vieni!» ordinò, ed era chiaro che non si aspettava un rifiuto.
Lizzie si alzò e lo seguì fino alla base della scalinata, dove Billy li stava aspettando, le mani tese in avanti e una scatoletta dorata sopra i palmi uniti.
Ci sarà dentro l’anello di fidanzamento?, si domandò la ragazza, confusa. Nel frattempo, si accorse che tutti i presenti avevano smesso di mangiare e si erano disposti in file ordinate nella stanza, gli occhi fissi su di loro. Qualunque cosa stesse accadendo, sembrava molto importante.
«A voi tutti, membri locali della Famiglia, ringrazio per essere venuti a presenziare quest’oggi» iniziò Michael, solenne. «Sapete perché siamo qui. Dunque non perdiamo altro tempo e si dia inizio alla punciuta.»
A che?, avrebbe voluto domandare Lizzie, che non aveva mai sentito quel termine, sembrava addirittura di un’altra lingua.
Billy sollevò il coperchio della scatola. All’interno c’erano una spilla d’oro dall’aspetto antico, che doveva valere migliaia di dollari, e quello che pareva un santino.
«Tendi la mano!» ordinò Michael.
Afferrò la spilla e, prima che lei avesse tempo persino per gridare, la tenne per il polso mentre con l’altra mano le pungeva l’indice.
Un lieve dolore, come la puntura di un insetto. Affascinata, la ragazza rimase a fissare la goccia rossa che le sbocciava sulla pelle.
Michael passò a prendere il santino e lasciò che il sangue vi gocciolasse sopra, imbrattandone l’immagine. Ormai Lizzie non riusciva più a distinguere che santo o santa rappresentasse.
«Tieni!» Le spinse il santino sporco di sangue tra le mani, poi estrasse di tasca un acciarino. La fiamma balenò azzurrina, e prese subito ad annerire il bordo della carta: ne poteva avvertire il calore sulla punta delle dita.
«Di’: giuro di essere fedele alla Famiglia» declamò, guardandola negli occhi. «Possa la mia carne bruciare in questo modo, se non manterrò fede al giuramento.»
Lizzie cominciava a capire cosa stesse succedendo. «Io...» provò a protestare.
Gli occhi di Michael la inchiodarono, implacabili. «Dillo!» ordinò di nuovo, per poi aggiungere, a bassa voce, solo per loro: «O tuo padre morirà.»
Lei chiuse gli occhi per un attimo. Quando li riaprì, si costrinse a pronunciare con voce atona: «Giuro di essere fedele alla Famiglia. Possa la mia carne bruciare in questo modo, se non manterrò fede al giuramento.»
Un sorriso compiaciuto tagliò il volto di Michael. «Molto bene, Elizabeth, nuova sorella nella Famiglia. Questi sono gli obblighi che devono essere rigorosamente rispettati: non rubare agli altri membri, evitare la delazione alla polizia, mantenere con estranei il silenzio assoluto sul nostro mondo...»
Mentre il fratellastro continuava a snocciolare quella serie di regole, Lizzie smise di ascoltare. Le orecchie le ronzavano. Adesso tutti i presenti nel salone le sorridevano e, al termine della breve cerimonia, vennero a congratularsi con lei, stringendole la mano, abbracciandola, salutandola come una di loro.
Perché ormai era diventata una di loro.
Era stata iniziata alla Famiglia.
L’ultima cosa che lei e i suoi genitori avrebbero mai voluto.
Oltre a Michael, al Boia erano stati affidati molti altri bambini. A volte i figli cadetti dei rami secondari della Famiglia, o ancor più spesso i piccoli ripudiati o nati da rapporti illegittimi incontravano quel destino, nella speranza che riuscissero a salire nella scala sociale. Era infatti noto che quell’uomo, venuto dal nulla e diventato in breve tempo l’assassino di fiducia del boss dei Cannizzaro, sapeva trasformare il più debole bamboccio in un perfetto e implacabile strumento per la Famiglia.
In quel periodo la sua tetra magione ospitava quasi venti ragazzini, dagli otto ai quindici anni. Dopo mesi di isolamento e di quelli che il Boia definiva “addestramenti personali”, e che Michael aveva imparato a conoscere come “torture”, infine anche lui fu mandato a vivere con gli altri. Dormivano in una camerata, su letti a castello dai materassi malmessi, mangiavano in un piccolo refettorio a una tavolata comune, passavano il tempo fuori dall’addestramento nel cortile sul retro della villa.
E si picchiavano tra loro. Parecchio.
Non c’era un vero motivo, e allo stesso tempo ce n’erano a bizzeffe: accaparrarsi l’ultimo pezzo di pane, la coperta più calda, l’angolo del cortile meno esposto al vento… o semplicemente affermare la propria supremazia sugli altri.
C’era un ragazzo, in particolare: Don Harper. Con i suoi quindici anni, era il più anziano del gruppo, il più alto e il più grosso, e questo l’aveva reso anche il più arrogante. Ogni scusa era buona per mettere le mani addosso a qualcuno e gli altri lo guardavano con timore e rispetto. Chi aveva provato a lamentarsi, era stato picchiato più forte. Del resto, il Boia non interveniva mai in quelle questioni. Anzi, Michael era convinto che fosse lui stesso ad approvare e favorire le zuffe che spesso nascevano tra i ragazzi.
«Solo i più forti meritano di comandare» diceva sempre. «O i più astuti.»
A Michael non interessava comandare quella banda di ragazzini senza famiglia. Era giunto alla conclusione che voleva soltanto essere lasciato in pace, giorno dopo giorno, e la cosa avrebbe anche potuto funzionare, se il Boia l’avesse permesso.
Continuava a sottoporlo a prove durissime, a picchiarlo senza pietà quando commetteva errori, a insultarlo chiamandolo “la vergogna della Famiglia” e “poppante senza palle”. Questo quando erano soli, durante gli addestramenti personali. Quando si trovava insieme agli altri ragazzini, invece, aveva sempre una parola più gentile per lui, lo lodava davanti a loro, gli faceva servire la cena per primo e gli regalava persino qualche dolcetto.
Come risultato di queste sue preferenze, era diventato oggetto di invidia e feroce odio.
A Michael non importava. Non aveva amici lì dentro e non voleva più averne.
Ma a Don importava.
«Guardatelo, il cocchino del Boia!» lo apostrofava, ogni volta che gli passava vicino. Gli tirava palline di carta a mensa, gli sputava nel piatto, gli rubava le scarpe, gli affibbiava qualche spintone quando il Boia non guardava, giunse persino a squarciargli il cuscino e a gettargli i vestiti nel cesso dove aveva appena defecato.
Lascia perdere!, si ripeteva Michael. Tanto, che importanza ha?
Poi successe il fatto.
Una sera come tante, in refettorio. La cena era già stata servita, il Boia aveva già salutato gli allievi, dopo la consueta pacca gentile sulla spalla del nipote del boss, gesto che suonava come una condanna a morte. I ragazzi erano rimasti da soli a mangiare.
Michael stava tornando al tavolo, il vassoio pieno della solita zuppa rancida - “Ma proteica!”, affermava il Boia. “Perché voi avete bisogno di mettere su muscoli, e perché un po’ di fame aguzza l’ingegno! E poi, pensate che sia così imbecille da fornirvi dei coltelli, così che vi ammazziate tra voi come i cani che siete? Arrangiatevi con i cucchiai!” -, quando Don allungò d’improvviso il piede per fargli lo sgambetto. Colto alla sprovvista, Michael inciampò e rovinò per terra, il vassoio si schiantò sul pavimento e la zuppa volò ovunque, imbrattando le piastrelle sporche di unto e la sua faccia.
Non appena il clangore del metallo si affievolì, scoppiò la risata.
Forse non tutti stavano ridendo, in realtà, ma le risa dei ragazzi si condensarono in un’unica, grande, terribile entità, un mostro di scherno che schiacciò Michael al suolo, facendolo sentire piccolo, stupido, debole...
E pieno di rabbia.
«Oh, scusa tanto...» sghignazzò Don, quando riprese fiato. «Non ti avevo visto. Del resto, sei una tale nullità... perché non chiami il Boia a leccarti le ferite, mammoletta?»
Michael non rispose. Si passò una mano sulla faccia per pulirsi la zuppa dagli occhi, l’altro braccio ancora teso verso il vassoio.
«Secondo lui sei tanto bravo, tanto forte, tanto carino... ma a me non piaci per niente, pidocchio. Non piaci a nessuno. Vero, ragazzi?» Si alzò, sovrastandolo con la sua ragguardevole statura, e si avvicinò per rifilargli un calcio. «Neanche ai tuoi genitori, altrimenti non saresti qui a marcire come noi in questo posto del cazzo...»
Adesso basta!
Le dita di Michael si strinsero intorno al vassoio, poi balzò in piedi di scatto e lo sbatté con tutte le sue forze in faccia a Don.
«Aaaahhh!»
Il grido di dolore si mischiò al suono secco delle ossa spezzate.
Il bullo indietreggiò urlando e barcollando, una mano a coprirsi il naso che sanguinava copiosamente. Michael lo colpì ancora con il taglio del vassoio, questa volta all’addome, facendolo piegare in due. Poi però Don riuscì ad afferrarlo e glielo strappò di mano, scagliando via la sua arma improvvisata. Aveva la faccia ridotta a una maschera di sangue e si teneva un braccio contro la pancia, ma i suoi occhi erano due fessure di puro odio.
«Ti ammazzo!» imprecò, avanzando minaccioso.
Michael considerò in fretta che l’avversario era molto più grosso di lui e che non avrebbe esitato a spezzargli qualche osso, o peggio, per vendicarsi dell’umiliazione subita davanti a tutti.
Ma anche lui era stanco di essere umiliato.
Molleggiò sulle ginocchia e si mise in posizione, le mani a pugno a proteggere il volto, così come gli aveva insegnato il Boia. Quando Don lo caricò, evitò un paio di colpi, assestandogli un pugno ben messo sul fianco. In risposta, però, ottenne un manrovescio che quasi lo fece volare oltre il tavolo. Scosse la testa, ancora intontito, mentre Don torreggiava su di lui.
«Quando avrò finito con te, vermiciattolo…» sibilò il bullo, «neanche tua madre riuscirà a riconoscerti!» Fece una breve pausa e una smorfia maligna si dipinse sulle sue labbra, quindi: «Ce l’hai ancora… una madre, vero? O se n’è andata quando ha capito quale nullità avesse messo al mondo?»
Michael provò a rimettersi in posizione difensiva, pur sapendo di non avere molte possibilità di battere quell’energumeno, e tuttavia non avendo più paura di provarci. Ormai non poteva tornare indietro, e una parte di lui non voleva farlo.
Don stava per colpirlo di nuovo, quando una sedia si abbatté contro la sua schiena.
Il bullo barcollò e crollò in ginocchio. Alle sue spalle, un altro ragazzino stringeva in pugno l’arma improvvisata.
Michael non perse tempo. Avanzò e scaricò sulla faccia e sulla mandibola di Don una serie di dritti e rovescio, come al sacco durante gli allenamenti in palestra. Il bullo si accasciò a terra e, di comune accordo, Michael e l’altro ragazzo presero a tempestarlo di pugni e calci, fin quando non rimase rannicchiato su se stesso, gemendo piano, ricoperto di lividi e di sangue.
Solo allora i due smisero di colpirlo. Nel silenzio generale, si squadrarono. Il ragazzo dimostrava l’età del nipote del boss, era alto ma mingherlino, il volto smunto, ma gli occhi contenevano una fredda determinazione. Non sarebbe mai riuscito ad affrontare Don da solo, considerò Michael, come non ci sarebbe mai riuscito lui.
Eppure, insieme ce l’avevano fatta.
Perché forse la vera forza significava essere abbastanza astuti da allearsi per diventare insieme più forti.
«Brian» affermò il ragazzo, tendendogli la mano sopra il corpo esanime del bullo.
Michael la strinse.
Fu come siglare un patto.


